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 Oggetto del messaggio: TEMPO DI PACE , TEMPO DI GUERRA: FEDE IN DIO E CONFRONTO ISR
MessaggioInviato: 28/12/2008, 23:17 
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Iscritto il: 27/12/2008, 13:37
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Sono rimasto inorridito, ieri, ascoltando al telegiornale il Ministro della Difesa israeliano, Mubarak, richiamare, a giustificazione del raid organizzato dal suo governo nella zona di Gaza, che ha provocato ben più di 200 morti e 1.000 feriti, un passo tratto dal libro dell'Ecclesiaste, facente parte del Vecchio Testamento, in cui si afferma, fra l'altro: "C'è un tempo per la pace e c'è un tempo per la guerra", all'interno del più ampio brano che di seguito si riporta
“Nella vita dell’uomo
per ogni cosa c’è il suo momento,
per tutto c’è un’occasione opportuna.
Tempo di nascere, tempo di morire,
tempo di piantare, tempo di sradicare,
tempo di uccidere, tempo di curare,
tempo di demolire, tempo di costruire,
tempo di piangere, tempo di ridere,
tempo di lutto, tempo di baldoria,
tempo di gettar via le pietre,
tempo di abbracciare, tempo di staccarsi,
tempo di cercare, tempo di perdere,
tempo di conservare, tempo di buttar via,
tempo di strappare, tempo di cucire,
tempo di tacere, tempo di parlare,
tempo di amare, tempo di odiare,
tempo di guerra, tempo di pace."
ECCLESIASTE III, 1-8

L'appellarsi alla Bibbia da parte del ministro israeliano mi è apparsa una vera vigliaccata, il tentativo, cioè, di non attribuire a se stessi la responsabilità della scelta di sangue effettuata, ma di ammantarla di una giustificazione religiosa, santa in quanto prevista nel Libro Sacro, al di fuori, fra l'altro di ogni necessaria interpretazione e contestualizzazione.

Naturalmente non intendo qui assolutamente difendere Hamas che per prima ha rotto la tregua con il governo israeliano e che, probabilmente, ha operato volutamente una scelta di radicalizzazione dello scontro per provocare una risposta forte del governo israeliano e, così, sperare di compattare attorno alla propria linea estremista (annientamento di Israele) il grosso del popolo palestinese, anche cioè quella parte che si riconosce nella linea moderata e dialogante del Presidente Abu Mazen.

Intendo, invece, deprecare nel modo più radicale ogni tentativo, di evidente natura integralista, di voler far discendere da un testo sacro, qualunque esso sia, il comportamento umano, e in questo caso, addirittura, il comportamento di un governo, con il malcelato obiettivo di alleggerire la responsabilità del medesimo in quanto iscritto in un testo sacro.

Non c'è nulla, per contro, che possa, nel bene o nel male, estraniare la responsabilità di qualsivoglia scelta da chi la compie nel pieno esercizio del suo libero arbitrio.

Ogni contrario tentativo deve essere immediatamente denunciato e smascherato.


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 Oggetto del messaggio: Re: TEMPO DI PACE , TEMPO DI GUERRA: FEDE IN DIO E CONFRONTO ISR
MessaggioInviato: 15/01/2009, 12:26 
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Iscritto il: 27/12/2008, 13:37
Messaggi: 2
Mi sembra utile ed interessante proporre a tutti i visitatori di Partenia la lettura di un documento della "Sinistra Cristiana" circa l'attuale campagna militare israleliana su Gaza.

Ecco il testo

SABATO DI GUERRA
Stato ebraico, Hamas e Occidente: un documento della Sinistra Cristiana


Con dolore la Sinistra Cristiana dichiara la propria impotenza , come del resto è di tutti, di fronte alla tragedia della guerra su Gaza.
È giusto fare manifestazioni di protesta, presidi, appelli e cortei, è necessario che i governi esercitino una risoluta pressione su Israele, ma non è possibile fare molto di più. Il problema supera infatti le attuali capacità della politica e forse della stessa cultura dell’Occidente. È il problema del rapporto di Israele con le nazioni, ed è quello dei rapporti delle grandi potenze mondiali, e segnatamente degli Stati Uniti, con i popoli “non allineati” e i soggetti politici non obbedienti.

Perché i palestinesi possano vivere, Israele non perda se stesso, l’Occidente ritrovi la strada e ci sia la pace, tali rapporti devono essere radicalmente cambiati.
Resta però il dovere della verità, la cui efficacia politica, benché ignota ai più, è superiore a quella della propaganda e della menzogna. Tale dovere comporta che niente sia taciuto delle cose che pur nel diluvio delle informazioni restano nascoste.
Lo Stato di Israele ha cominciato la sua nuova guerra contro i palestinesi detta “piombo fuso” in giorno di sabato, nella festa delle luci di Hanukkah.

Poiché si trattava di violare il Sabato, il governo e le forze armate israeliane hanno chiesto e ottenuto dai rabbini l’autorizzazione a tale violazione. Riguarda gli ebrei la questione se i rabbini potessero sospendere in questa occasione l’osservanza della Torah e anche se la motivazione per rompere questo comandamento potesse essere l’urgenza di bombardare la popolazione di Gaza. Ma riguarda ogni coscienza religiosa e gli stessi principi del diritto moderno il fatto che nella catena delle cause di una guerra che ha preso le forme di un eccidio, ci sia una decisione dei rabbini.
Ciò ricorda l’unicità dello Stato di Israele, che è uno Stato ebraico. Esso non vuole essere solo lo Stato degli ebrei, ma uno Stato ebraico inteso, nonostante la lezione della modernità, come il luogo nel quale si realizzi la fede dei padri.

Lo Stato di Israele ha tutto il diritto di essere preso sul serio quando si proclama uno Stato ebraico e, anche da posizioni differenti o critiche, deve essere accolto e rispettato come tale. Ciò significa però che fino a quando gli altri protagonisti della comunità internazionale, a cominciare da quelli del quartetto e dai famosi redattori delle “road maps”, fingeranno di trattare Israele come se fosse uno Stato qualsiasi, nessun problema potrà essere risolto.
Ciò soprattutto riguarda due questioni cruciali. La prima è che per mantenere questo suo carattere, così come oggi viene concepito, lo Stato di Israele non può ammettere una maggioranza non ebraica nei propri confini. Ciò comporta che Israele non possa essere forzato a dare attuazione al diritto al ritorno dei palestinesi espulsi; ma comporta allora che il diritto dei palestinesi della diaspora sia altrimenti e compensativamente adempiuto e che a loro sia tolta la qualità di rifugiati e sia restituita la dignità di cittadini, o come residenti in uno Stato palestinese o come da esso assunti e tutelati. La creazione di un vero Stato sovrano palestinese toglierebbe pertanto a Israele l’incubo del ritorno di una moltitudine di profughi.

Il mantenimento della natura ebraica dello Stato comporta altresì che i diritti della minoranza non ebraica siano protetti dall’ordinamento con particolari cautele, nel rispetto delle condizioni di pari dignità ed eguaglianza. È evidente tuttavia che ciò sarebbe tanto più difficile quanto più fossero estesi i confini dello Stato, perché in tal caso la natura ebraica dello Stato potrebbe essere preservata solo mediante il ricorso a metodi non democratici.
La seconda questione riguarda il rapporto tra Israele e la terra. Se l’ebraicità dello Stato viene interpretata nel senso di un diritto irrinunciabile alla sovranità sulla intera terra detta biblicamente “terra di Israele”, dal mare al Giordano (se non oltre, secondo letture massimaliste del testo sacro) Israele non potrà accettare la soluzione dei due popoli in due Stati, su una terra equamente spartita, e non potrà ritenersi realizzato se non nel possesso degli interi territori. Questo renderebbe impossibile l’accettazione di Israele da parte dei vicini arabi e dei residenti palestinesi e condannerebbe Israele ad affidare per sempre la propria persistenza e sicurezza alla forza militare e al gioco d’azzardo della guerra.
E anche se storicamente a decidere le contese tra i popoli, come rivendicano i realisti, è sempre stata la forza, non vi è nessuna garanzia che la forza faccia prevalere la soluzione giusta né che i rapporti di forza saranno per sempre favorevoli a Israele e ai suoi alleati, in un mondo in rapida trasformazione. Il mito di uno Stato di Israele che sopravvive solo grazie alla ragione della forza e alla propria capacità di combattere è pertanto contrario alla ragione e rappresenta il più grande pericolo per Israele.

Riguardo ad Hamas occorre denunciare il fatto che con i suoi attacchi plateali e militarmente inoffensivi contro le città israeliane non ha fatto che rafforzare questo mito, dando a Israele l’occasione di scatenare di nuovo la sua potenza militare. Il movimento islamico non solo si è assunto la responsabilità morale di puntare ancora una volta su una soluzione violenta, alimentando la spirale mimetica della guerra, ma ha compiuto un gravissimo errore politico che ha messo a repentaglio l’intera popolazione palestinese, dopo averla politicamente divisa e averle fatto perdere molte della amicizie che essa aveva nel mondo.
Che Israele ne approfittasse era possibile, ma non era affatto legittimo né necessario. Lo Stato non aveva alcun bisogno di essere salvaguardato in questo modo. Che tra i moventi dell’aggressione israeliana vi fosse, come da più parti è stato detto, una opportunità elettorale per i ministri e i partiti attualmente in carica, è un’ipotesi atroce che avrebbe dovuto essere in ogni modo scongiurata ed esclusa. Occorre dire con estrema fermezza che una democrazia in cui per vincere le elezioni c’è bisogno di un certo numero di morti palestinesi, non solo è una cattiva democrazia, ma non è affatto una democrazia; non le elezioni sono la democrazia, ma i valori e i diritti umani storicamente e costituzionalmente riconosciuti per la cui attuazione si chiede il voto, sono la democrazia. Altrettanto è a dirsi se lo scopo fosse stato quello di un avvertimento ad Obama.

Pertanto senza un profondo cambiamento Israele rischia il suicidio, non solo contro la sua stessa esistenza fisica, ma contro la sua tradizione più antica e le sue conquiste moderne sul terreno della civiltà e del diritto. L’ebraismo, di cui è parte così significativa la componente profetica, è in grado di offrire l’esempio di una fede in pace e in dialogo con tutte le religioni e le culture, senza cedere al ruolo di una “religione civile”, secondo il cattivo modello di marca occidentale di un cristianesimo ridotto a figura identitaria e conflittuale al modo di Marcello Pera, di Oriana Fallaci e dell’ex presidente Bush.
Il superamento dei fondamentalismi religiosi e delle idolatrie politiche è in effetti un problema di portata generale che mette in questione tutti, e senza dubbio anche le nostre Chiese. Ma insieme sarà più facile uscirne.
Su queste tematiche la Sinistra Cristiana propone di aprire una linea di riflessione, di confronto e di dibattito tra le forze politiche, democratiche e di sinistra, le comunità, le scuole di pensiero, gli operatori di pace e i laici per la giustizia.

Roma, Epifania 2009


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